Frammenti di vita accanto alla tecnologia
Telefoni mobili e società fantasma
Nel 1990 utilizzavo un telefono mobile OTE contrattato con la SIP, la Telecom Italia Spa della nostra gioventù, avendo questo dimensioni che erano una via di mezzo tra il Motorola DynaTac 8000 e il Nokia Cityman.
Venne acquistato attraverso una società fantasma, quelle famose responsabilita-limitata create da pseudo-imprenditori d’allora. Infatti, la ricetta consisteva nel reperimento di una “ testa di legno “, spesso un barbone preso dalla strada, rimesso a lucido e portato davanti al notaio per il confermiento delle quote. La società avrebbe acquistato con pagamenti dilazionati il più a lungo possibile fin’quando la banca avrebbe mentenuto il conto al suo stato vitale.
Nel ruolo di procacciatore d’affari, vendendo ad amici e conoscenti altrettanti telefoni cellulari di prima generazione, acquistati mediante quelle società, uno di questi imprenditori mi omaggió con questo pesante oggetto che sulle prime, ragionandoci sopra, non c’era verso di dove metterlo e come portarlo. Troppo pesante per le tasche della giacca o di qualsiasi giubbetto, assai goloso per lasciarlo in auto. Scelsi perciò la soluzione di portarlo a mano anche quando frequentavo il bar Ambassador e porticato annesso a Piazza Dalmazia, luogo conosciuto in città per la eterogeneità delle persone che vi si incontravano. A parte l’alone di curiosità innegabile che alzò e per il fatto che i futuri costi di connessione alla rete mobile erano esclusivamente a carico della società fantasma, le richieste di chiamare parenti, amici, vicini e lontani si materializzò ben presto tra il nostro gruppo di sempre e non solo.
A me non importava, lasciavo sempre finire di salutare, finché si arrivasse a consumare la penultima tacca della batteria, che stava a significare un’autonomia di ricezione per la durata di poco meno di 1 ora. Con tutti questi passaggi di mano, cadde ripetutamente a terra, ma rigature a parte, non mostrò mai il cenno di “crepare”, proprio come nella saporita dialettica si descriveva il fatto di terminare abusando di qualcosa, un fenomeno tipico della scietà italiana.
In verità, non seppi mai quanti di questi telefoni la SIP vendette in quel periodo, la telefonia veicolare era iniziata nel 1989 con l’attivazione della rete RTMS e fui uno dei primi a farmi installare il radiomobile analogico 450 MHz fisso nella mia auto, ma di quel modello di telefono maneggevole non ne vidi più uno. La resistenza era garantita dalla cassa robusta e spessa, fatta dagli stessi materiali delle ricetrasmittenti dell’esercito, infatti sembra che erano assemblati dalla Oto Melara, nell’attualità ancora non era un’azienda partecipata dallo Stato attraverso Finmeccanica come avenne nel 2001, bensì una importante compagine con una secolare produzione ed assemblaggio di armi e veicoli militari: basti pensare al famoso Leopard, il carro armato in dotazione alle truppe italiane.
L’antenna era piegabile, la batteria non durava che poche ore, la ricarica neanche ricordo se era specialmente lunga, usavo l’accendisigari dell’auto sebbene il caricabatteria domestico era più effettivo. Quando spingevi d’accelleratore in auto la linea cadeva spesso, a ragione di ciò era meglio usarlo da fermo; sebbene in quegli anni, al contrario di oggi, vedere qualcuno parlare al telefono in auto destava una viva curiosità, oltre all’ostentazione da business-man che ci si dava. Insomma, la produzione di questo apparatoso oggetto fu molto breve per ciò che si deduce dalla mancanza di concreti riferimenti online, ma non abbastanza da lasciare uno spazio di riflessione sui motivi che hanno prodotto la cessazione di quel modello. Certamente il peso eccessivo non era adeguato alla funzione per essere trasportato ovunque come succede con i cellulari di adesso. Sicuramente era poco più di un prototipo di telefono mobile, anche per il fatto che Motorola continuava a creare telefoni sempre più piccoli e la Nokia e l’altra giapponese NEC la stavano immediatamente incalzando. Probabilmente non c’era alcun piano aziendale per proseguire con la produzione su larga scala e l’esperimento s’interruppe senza rivelare sviluppi futuri. Infine, forse per tante altre motivazioni che oggi si disconoscono.
A rigore della Storia, l’impresa di costruire un valido telefono portatile italiano naufragò senza troppo clamore, accompagnata dall’inadempienza della rete analogica costretta a supportare le utenze portatili, tant’è che solamente in prossimità delle città il segnale era veramente coperto. Così si procedette per anni, finché la rete GSM sostituí l’anteriore e le connessioni si svilupparono molto più efficaci. Ma ormai la corsa al telefono tascabile poi evoluzionato in tecnologia cellulare, era già iniziata e l’Italia, come troppo spesso succede, non era salita sul carro. L’Olivetti entrò in un secondo momento, ma con Omnitel altre problematiche di carattere economico interferirono, bloccandone la produzione ed abbandonando il mercato. Quel telefono morì nelle mie mani un anno più tardi, dismesso dalla rete, senza aver mai pagato una Lira di bollette, provvedendo a chiamare ed essere chiamati dialogando con tutto il mondo attraverso le autostrade delle onde radio internazionali. Grazie SIP, grazie Oto Melara; quanto poco c’è mancato per essere stati tra gli impulsori della tecnologia cellulare con un’invento, quello successivo del touch-screen, che invece fece la fortuna a top market della Apple arrivata a competere molto più tardi delle altre multinazionali tecnologiche, praticamente scomparse dal mercato.
Con gli occhi di oggi e qualche milione di € d’investimento continuando a stare dalla parte giusta della barricata, chissà l’Italia come sarebbe invece andata a finire.
Andrea Ciax
#Cell Phones #Amarcord #Life Hacking #Terni